I SOLDI NON FANNO LA FELICITA’.

Oggi sono qui a scrivere di clichè.

I soldi non fanno la felicità. Quante volte l’abbiamo sentito dire e quante volte abbiamo pensato “sarà, ma di sicuro aiutano”.

Da poco più di 6 mesi lavoro in un’azienda che, nonostante la dimensione, è di fatto a conduzione familiare. La loro famiglia sta bene, molto molto bene direi, eppure la maggior parte dei giorni mi fa tenerezza.

Il capofamiglia ha una certa età – anche se portata splendidamente – ma non accenna a mollare le redini e, invece di godersi la pensione, la moglie e i nipotini, è sempre in ufficio di pessimo umore. Il figlio, nonchè erede indiscusso dell’impero (e del carattere paterno), lavora h24 ed è evitato da tutti perchè tratta le persone con disprezzo. La mia capa, nonchè sua moglie, si districa tra un lavoro impegnativo e gli innumerevoli piccoli successori che ha procurato alla famiglia.

Alcuni giorni li invidio. Quando mi sento soffocata dalla routine in ufficio e mi chiedo come farò a lavorare fino alla pensione (sempre che ci si arrivi), invidio la loro flessibilità lavorativa, il poter entrare dopo o uscire prima quando vogliono, il loro prendere smart working quando ne hanno voglia, il loro aver chissà quante case nei posti più belli d’Italia e, in generale, la loro apparente spensieratezza per il non doversi preoccupare delle bollette.

Poi però li guardo meglio e capisco che, nonostante tutto, sono privi di tante cose che io invece ho.

Io ho la libertà, seppur non illimitata, di scegliere che lavoro fare, mentre loro no. Quando hai un’attività di famiglia, soprattutto se così grande, sei vincolato al tuo impero. Che certo, ti dà soddisfazioni, prestigio e ricchezza, ma se non è qualcosa che ti appassiona è una enorme responsabilità, di quelle che non ti fanno dormire la notte. A volte penso ai nipoti del capo e mi dico che almeno uno di loro avrà il destino segnato e da lì non potrà scappare.

Io ho la libertà di socializzare con i colleghi, mentre loro devono mantenere un distacco professionale che uccide quella solidarietà che molti giorni alleggerisce il peso del lavoro.

Io posso sbagliare ed essere ripresa, ma i miei errori non saranno mai grandi quanto quelli che rischiano di fare loro. Il peso delle decisioni è un bel fardello da portarsi sulle spalle ogni giorno.

Io ho del tempo libero, e quando mi angoscia l’idea di avere “solo” il weekend, penso che loro non hanno nemmeno quello, perchè ovunque siano non potranno mai liberarsi da chiamate, e-mail e preoccupazioni varie.

Io ho una famiglia che mi ama bene o male per come sono e me lo dimostra quotidianamente. Loro hanno una famiglia che continua a spostare l’asticella sempre più su. Non dico che non ci sia amore, ma l’impressione è che sia parzialmente condizionato agli affari.

Ma più di tutto io ho un’umanità e una coscienza della vita delle persone comuni che loro non hanno. Lavorano tanto, ma non danno valore al lavoro degli altri. Pretendono tanto, ma non sono capaci di apprezzare gli sforzi altrui. Vogliono flessibilità, ma è una flessibilità che vale solo a loro vantaggio. E soprattutto non si rendono conto, o forse non gli importa, di come sono visti da chi lavora per loro. Loro sono i capi, comandano, e questo è quel che conta. Che siano brave persone, capaci di gentilezza e rispetto o meno non importa.

Insomma, manca l’umiltà, e senza umiltà, per quanto mi riguarda, non c’è veramente gloria, nè tantomeno felicità.

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