ALTRI TEMPI, MA NON SOLO…

Ieri ho pubblicato una delle più celebri canzoni di Dolly Parton, 9 to 5, e oggi, come promesso, ci tengo a farvi sapere a cosa penso ogni volta che la sento.

Ma prima, una piccolo chiarimento nel caso ci fosse qualche lettore non particolarmente in confidenza con l’inglese e – anche giustamente – troppo pigro per andare a cercarsi la traduzione.

“9 to 5”, letteralmente “dalle 9 alle 5”, è una canzone che parla del tempo passato a lavoro: le canoniche 8 ore in ufficio che a volte sembrano risucchiarci tutte le energie. Ma soprattutto parla di insoddisfazione, di sogni infranti, di noia, di abitudine, del problematico equilibrio tra vita lavorativa e vita privata, e dello sfruttamento – in senso più mentale, che fisico – che la maggior parte dei lavori subisce quotidianamente.

Per cosa passiamo le giornate a lavoro? Per ambizione? Per dovere? E i nostri sogni, dove finiscono?

Sono tutte belle domande, che Dolly Parton pone, come sempre, in modo diretto e piacevole. Ma…io sorrido amaramente, ogni volta.

Nel 2021 il “9 to 5” sarebbe un sogno! Ora se ti va bene esci alle 6 e in mezzora sei a casa. Ma deve andarti bene!

Una volta la maggior parte delle persone lavorava per comprarsi una casa, per vivere serenamente, togliendosi qualche sfizio, e magari per lasciare qualcosa ai figli. Poi c’era chi proveniva da famiglie benestanti, e allora aveva (o doveva avere) qualche ambizione in più per mantenere il suo status. Ora abbiamo bisogno di molte più cose per non essere considerati emarginati e, in generale, la vita è più cara.

E poi, bene o male, le pause c’erano: via dall’ufficio, via dal lavoro. Niente cellulari e e-mail a rincorrerti la sera o nei weekend.

Eppure credo che non sia solo un problema di cambiamento o di tecnologie invasive, spesso credo che il problema sia di percezione.

Lavoriamo più ore in ufficio? Innegabile. Eppure quanto tempo passiamo a lavoro? 9, 10 ore su 24? E di tutto il resto del tempo che ne facciamo? Io vi rispondo per me stessa: lo spreco, ecco cosa faccio.

Lo spreco a rimuginare su questioni di lavoro che non sono realmente così urgenti da non poter essere rimandate al giorno dopo. E se sono stanca e stressata, passo il tempo a rimuginare pure su questo, invece di concentrarmi su qualcosa che mi piace. Poi mi annoio, arrivo a casa e mi guardo qualcosa in tv o al pc che non ho realmente voglia di guardare. E così il tempo passa, è tardi, devo di nuovo andare a letto. E domani? Oh, no! Domani è già qui.

Avete mai fatto caso che nella maggior parte dei romanzi o dei film, la vita lavorativa dei personaggi è marginale? Ok, sono frutto di fantasia, ma perchè non possono essere un suggerimento? Perchè dobbiamo per forza far coincidere la nostra vita con il lavoro, lasciando che ci definisca anche nei casi in cui lo odiamo?

Credo sia una scelta. Una scelta che spesso non sappiamo nemmeno di poter fare, perchè cambiare abitudini, anche se si tratta di ritagliarsi degli spazi di benessere, è sempre difficile.

Un pensiero riguardo “ALTRI TEMPI, MA NON SOLO…

  1. Purtroppo il lavoro rovina la vita. Ho lavorato in posti dove ti facevano fare dall 12 alle 18 ore giornaliere, senza riposo settimanale “ovviamente” e se magari dicevi che eri stanco ti lasciavano a casa perché: “Non hanno tempo da perdere con chi non ha voglia di fare un c…”.

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