E’ QUASI NOSTALGIA.

Fine anni Novanta-inizio Duemila: da una parte MTV, dall’altra All Music. Io ero senza dubbio team MTV: mi svegliavo la mattina e, prima di andare a scuola, mi sintonizzavo su MTV sperando che passasse “It’s my life” dei Bon Jovi. Quando tornavo a casa da scuola mi risintonizzavo su MTV per ascoltare un po’ di musica e per vedere i video delle varie canzoni: così sono nate le mie prime cotte per le rockstar.

Il sabato però commettevo un tradimento, lo ammetto. Dopo il canonico pranzo a casa di mia nonna, io e mia cugina sparivamo in camera da letto per il nostro appuntamento fisso con All Music: “The Club”. Un programma terribile quanto epico! Per chi non se lo ricordasse – o non lo avesse mai visto – era quel programma fatto di piccole interviste, svolte all’interno di varie discoteche, a soggetti…come dire…particolari. Il calibro delle domande era questo: “Quanto piaci alle donne?”, “Cosa dice un uomo che ti vede nuda per la prima volta?” o “Qual è il tuo più grande pregio?”. Ma più che le domande erano le risposte ad essere veramente sbalorditive: c’era chi avrebbe avuto bisogno di un grande bagno di umiltà – che manco Cupido ne avrebbe saputo di più in amore! -, chi la domanda nemmeno la capiva e rispondeva cose totalmente a caso, chi rideva da solo in preda a qualcosa che c’era da sperare fosse solo un drink di troppo.

Era uno spasso e un orrore allo stesso tempo guardare questi individui mettersi in mostra per le loro improbabili doti di conquistatori, con le loro ambigue descrizioni dei partners ideali e, soprattutto, con i loro capelli acconciati a puntine o, peggio, con dei fintissimi colpi di sole. Perché diciamoci la verità: va bene criticare chi oggi si veste in maniera improponibile, ma durante quegli anni la moda ha raggiunto livelli bassissimi!

Comunque, personalmente non ha mai seguito reality show stile “Uomini e Donne”, “Temptation Island”, “Grande Fratello” e compagnia bella, riuscivo a guardare “The Club” giusto perché durava poco ed era fatto di tante piccole apparizioni. Sicuramente non era un programma educativo, eppure, come tanti programmi diseducativi, un fondo di educazione me l’ha impartito: per me, che all’epoca ero solo una ragazzina, è stato uno dei tanti modi per capire cosa non avrei mai voluto diventare da grande.

Oggi, di tanto in tanto, vorrei poter riavere la mia mezzora di superficialità dopo il pranzo del sabato e avere qualcuno con cui riderne. A volte mi chiedo che fine avranno fatto quei tizi. Però ho anche una nuova consapevolezza, la stessa che mi fa sentire in colpa mentre ricordo con nostalgia quel programma. Sì, in colpa, perché uno dei motivi per cui ho sempre odiato quel genere di trasmissioni è che, oltre a permettere a soggetti in cerca di attenzioni smodate di mettersi in mostra, hanno anche dato al pubblico l’opportunità di prendere in giro persone che, palesemente, non sono totalmente coscienti di sé, e questa cosa la trovo abbastanza di cattivo gusto.

L’avvento dei social non ha fatto che peggiorare le cose: ora pressochè chiunque può mettersi in vetrina e questo non tutela nessuno. Ci sono canali di successo in cui il successo stesso non deriva dall’amare quel personaggio, ma dall’odiarlo, o dalla possibilità di prenderlo in giro.

Qualcuno mi dirà che ci sono persone che se ne fregano, che per prendere like sono disposti a relegarsi a personaggi sciocchi e superficiali. Fosse solo questo potrei concludere dicendo che sono scelte. Il problema è che alcuni di questi soggetti che diventano virali non fingono un deficit cognitivo, ce l’hanno per davvero. E allora la presa in giro sfiora il bullismo, perchè ridere di qualcosa di buffo non è un male, prendere in giro una persona che si auto-umilia senza rendersene conto, lo è. 

Ai tempi di “The Club” ci si rendeva ridicoli per 30 secondi, ma finiva lì. Oggi, con i social, le persone si gettano o, peggio ancora, vengono gettate in pasto agli haters. Abbiamo perso il senso della misura. Non capiamo più su cosa sia lecito ridere e su cosa no. Non diamo più valore alla dignità di una persona, fintantochè si trasforma da individuo a mera pagina Instagram. Più volte questi “Influencer” ripetono che il personaggio pubblico è solo, per l’appunto, un personaggio costruito che non necessariamente riflette la loro personalità, ma sempre più spesso queste dichiarazioni si perdono nel nulla, soffocate da profili pubblici su cui, giorno per giorno, il personaggio schiaccia la persona in carne ed ossa che sta dietro lo schermo. Così tantissime web star si trovano schiave di un personaggio che nutrono quotidianamente, non soltanto apparendo di tanto in tanto in un programma tv o in un film, ma giorno per giorno, rischiando non solo di confondere il pubblico, ma anche se stessi.

Io non critico chi vuole costruirsi una carriera sui social, per il semplice fatto che i social non sono il male assoluto, come al solito non è la cosa in sé il problema ma l’uso che se ne fa. Capisco anche che la situazione lavorativa sia talmente critica da spingere verso professioni meno tradizionali, e non posso certo criticare chi tenta di reinventarsi sfruttando ciò che al momento va per la maggiore. Ma credo sia rischioso, per tutti, perdere la dimensione del reale.

Poco tempo fa ho letto da qualche parte questa citazione:

“C’è un’età in cui la derisione si trasforma e perde ingenuità per acquisire il carattere della violenza.

Ecco, penso che dovremmo combattere ogni giorno per non farci contagiare da questa piaga che, ormai, va tanto di moda.

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